Smau Milano 2026, tre startup che semplificano la vita
Un impiegato dell’anagrafe che deve spiegare a una cittadina che non parla bene la lingua perché, per fare la carta d’identità, le si chiede se vuole donare gli organi. Chi scopre di aver pagato per otto anni il Telepass di un’auto rottamata da tempo. Un ragazzo che esce dalla piscina di una nave da crociera e ordina uno spritz senza portafoglio e senza telefono e deve pagarlo. Sono tre scene molto diverse, ma raccontano un’idea di innovazione comune che si respira quest’anno a Smau Milano: soluzioni mirate e concrete, che entrano nella vita quotidiana delle persone e delle aziende.
L’IA diventa verticale
Più della metà delle 180 startup selezionate per questa edizione tocca in qualche modo l’intelligenza artificiale. Ma qualcosa è cambiato rispetto a due anni fa. «Oggi l’IA è molto più concreta, legata a casi d’uso verticali», spiega Valentina Sorgato, amministratrice delegata di Smau. «Le startup si sono specializzate e molte non dicono nemmeno più di fare IA: ti raccontano la soluzione, e l’intelligenza artificiale c’è dentro. Dalla manutenzione predittiva alla gestione dei contenuti, fino alla comunicazione, tocca davvero tutti gli ambiti e tutte le funzioni».Anche le aziende, dall’altra parte del tavolo, hanno cambiato atteggiamento. «L’IA è entrata nella strategia», continua Sorgato. «Non si tratta più di comprare una licenza per ogni dipendente, ma di avere una direzione chiara e chiedersi come dotare i collaboratori delle competenze per usarla». Ed è qui che entrano in gioco le startup: «Portano in dote soluzioni verticali e sono ultra specializzate: chi le incontra evita di percorrere strade che si rivelano vicoli ciechi. Troppo spesso cercare di svilupparle internamente incontra scogli di competenze e tempi».
Aidealab, il mediatore culturale allo sportello
Tradurre non basta, lo sa bene chi lavora in un ufficio pubblico, in un pronto soccorso o in una questura e si trova davanti una persona che parla un’altra lingua e viene da un’altra cultura. Aidealab sviluppa una piattaforma, chiamata CultureAid, basata sull’intelligenza artificiale che permette ad amministrazioni pubbliche, forze dell’ordine, pronto soccorso e aziende con una presenza capillare sul territorio, come banche, uffici postali, utility e operatori telefonici, di parlare in tempo reale con chi ha difficoltà di comunicazione. E di accompagnarlo nella burocrazia, negli adempimenti, nel triage.
Il sistema non si limita a tradurre: semplifica il linguaggio e guida l’utente passo dopo passo nei processi. Dall’altra parte, una dashboard supporta l’operatore con la trascrizione della voce, suggerimenti e analisi in tempo reale. La soluzione è già attiva negli uffici anagrafe del Comune di Torino, dove aiuta gli impiegati a seguire i cittadini stranieri nella richiesta dei documenti. L’esempio più eloquente è la carta d’identità per chi ottiene la cittadinanza: in Italia, al momento del rilascio, è obbligatorio chiedere se si acconsente alla donazione degli organi. Una domanda che può essere difficile da spiegare non solo dal punto di vista linguistico, ma anche culturale.
One Place Subs, la caccia agli abbonamenti fantasma

Due servizi di musica in streaming pagati in parallelo, la palestra sotto casa che non si frequenta più, la prova gratuita di un’app che si è trasformata in un addebito mensile. «Succede al 72% delle persone», dice Vito Savino, ceo e fondatore di One Place Subs. Il motivo è banale: usiamo tanti metodi di pagamento diversi e gli estratti conto non li guarda quasi nessuno.
L’app funziona così: ci si registra e si collegano conto corrente, PayPal e carte appoggiate sul conto, grazie all’open banking previsto dalla direttiva europea Psd2. «A differenza di PayPal, noi abbiamo l’accesso solo in lettura: non facciamo pagamenti, riceviamo le informazioni sulle transazioni con il consenso dato tramite la banca», spiega Savino. Restano fuori, per ora, le carte di credito non appoggiate sul conto, come American Express. La piattaforma riconosce le spese ricorrenti, le ordina per categoria (streaming, cibo, palestra, trasporti) e suggerisce dove tagliare. «Ti diciamo: sai che hai due abbonamenti alla musica, Spotify e Amazon Music? Forse uno puoi cancellarlo. E te lo cancello io». Il “te lo cancello io” è il cuore del servizio, gratuito per l’utente. One Place Subs invia due raccomandate elettroniche tramite un provider qualificato: una alla banca per revocare il pagamento, l’altra al merchant, che sia Netflix o la palestra di quartiere. «Ha un valore legale superiore alla Pec perché certifica anche il contenuto», sottolinea il fondatore. «Rilasciamo all’utente un certificato con pieno valore probatorio, che si può portare in tribunale per dimostrare la propria volontà». Un modo per aggirare i dark pattern, gli ostacoli messi apposta per scoraggiare la disdetta: secondo Savino li userebbe il 97% delle principali app e siti web utilizzati in Italia. Su circa 110 mila utenti registrati a oggi, gli utenti hanno una media di quasi nove abbonamenti a testa, con un 26% che paga almeno un doppione. Il prodotto è stato rilasciato a maggio ed è ancora in fase di rodaggio, mentre è in arrivo una funzione su WhatsApp per chiedere con un vocale quanto si è speso, per esempio, in trasporti nel mese. La startup collabora con alcune associazioni di consumatori, ma il modello di business guarda altrove: «Il nostro cliente è la banca, la telco, l’assicurazione», spiega Savino. La soluzione si integra nell’app della banca con il suo marchio, viene offerta gratis ai clienti e la banca paga una licenza a One Place Subs. In cambio ottiene clienti più consapevoli e più fedeli.
KeroPay, si paga con il palmo della mano

Hanno 22 anni, sono in tre e hanno lasciato l’università per dedicarsi a tempo pieno alla loro startup. Riccardo Ratti ha studiato Ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano, il secondo socio Ingegneria fisica nello stesso ateneo, il terzo Informatica alla Statale. Da gennaio 2026 hanno lasciato gli studi per lavorare full time a KeroPay, un sistema di pagamento biometrico basato sul palmo della mano: niente carte, niente smartphone, niente pin. «Con un unico gesto riconosciamo il cliente, applichiamo bonus, promozioni e punti sulla carta fedeltà e completiamo il pagamento», spiega Ratti. Basta tenere la mano a 10-15 centimetri dal lettore. L’utente crea un account dallo smartphone e collega le carte di pagamento e quelle fedeltà; la prima lettura del palmo si fa su uno dei terminali della rete, inquadrando un qr code, e può coincidere con il primo acquisto. Da quel momento si è riconosciuti su tutti i terminali KeroPay. «Sei in crociera, fai una nuotata, esci, appoggi la mano e prendi lo spritz. Cellulare e carte restano in cabina».
Perché proprio il palmo? «Volto e iride sono dati molto sensibili e potrebbero essere letti senza che tu te ne accorga. Il palmo richiede un gesto volontario», risponde il fondatore. L’impronta digitale, tecnologia da cui il team era partito, è stata scartata perché il palmo è da 10 a 100 volte più preciso. Il sistema è conforme al Gdpr e la startup ha depositato un brevetto. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: «Creare lo standard biometrico in Italia e in Europa». Il prodotto è arrivato sul mercato a settembre e conta già cinque contratti attivi con esercenti del Nord Italia. Sul fronte corporate i bersagli sono la grande distribuzione, con totem dedicati alla registrazione, e i distributori automatici: «Sostituiamo la vecchia chiavetta degli anni Ottanta, che negli uffici ancora sopravvive». Poi mense aziendali, università, impianti sportivi, hotel ed eventi. L’ostacolo principale resta la registrazione, e la startup pensa a un piccolo incentivo, un paio di euro di bonus, per convincere i nuovi utenti: «L’uso è talmente naturale che, superato quel primo minuto, la retention viene da sé».
La lezione francese
Tre storie diverse, un filo comune: nessuna punta a sostituire le persone, tutte cercano un posto accanto alle organizzazioni che già esistono, che siano un Comune, una banca o un supermercato. È il modello che Smau, presente anche a Parigi, Londra, San Francisco e quest’anno a Stoccolma, osserva nei Paesi che corrono di più. «Le startup nuove non sono quelle che sostituiranno le persone tra dieci anni, ma quelle che riescono a produrre impatto insieme alle imprese», spiega Pierantonio Macola, presidente di Smau. «A guidare l’innovazione è la capacità delle imprese di lavorare con le startup. Ed è per questo che la Francia oggi è il riferimento: non tanto per i numeri, quanto per la cultura». E l’Italia? Sul fronte dell’ecosistema è ancora indietro, ammette Sorgato, «ma all’estero la qualità delle nostre imprese è apprezzata, come la capacità di specializzarsi». Il problema, semmai, è di atteggiamento: «A volte manca un po’ di sfrontatezza nel dire: ce la posso fare». E non sempre sono i soldi il vero limite. Delle 180 startup arrivate a Milano, solo la metà ha chiesto di incontrare investitori. Le altre vogliono soprattutto una cosa: clienti veri.