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La parità di genere, la campana di Piazza Affari e quelle 800 aziende del Global Compact che ci credono

Alla Borsa di Milano si festeggiano le donne malgrado i dati delle differenze italiane, richiamati dalla direttrice esecutiva del Un Global Compact, Daniela Bernacchi, siano ancora forti. D’altra parte, come dice la campagna internazionale, “il tempo di agire è adesso” e l’organismo Onu ne accompagna ormai diverse centinaia che dimostrano di crederci. Cronaca fra statistiche e simbolismi

«Il tempo di agire è adesso», ricorda il video celebrativo e, detta in inglese, la frase è ancor più perentoria, piena di allitterazione com’è: time to act is now.

La campana della Borsa milanese suona per questo, stamane, di buon ora, in Piazza Affari a Milano: per agire ora, appunto. Per l’uguaglianza di genere.

Non una celebrazione, come quella per una nuova quotazione, semmai uno scampanare militante, per ricordare la ricorrenza dell’8 marzo che cade di domenica. A suonare è Grazia Orlandini, responsabile investimenti di Bper, una che con le quotazioni fa i conti ogni giorno. Applausi, indispensabili, dovuti.

Anche se fa un po’ effetto, dopo aver sentito Daniela Bernacchi, direttrice esecutiva del Global Compact Network Italia delle Nazione Unite, spiegare che «ci vorranno 123 anni per il raggiungimento della piena parità di genere e ne occorreranno 135 per quella economica».

Suona la campana in Borsa a Milano, per l’International Women’s Day 2026

Alle oltre 800 aziende associate – «è un’adesione volontaria non una certificazione», ripete l’executive director – Global Compact non si stanca di chiedere di valutare le proprie performance e i propri processi interni rispetto agli standard. E di rendicontarle. Il presidente, Filippo Bettini, aveva ricordato un attimo prima che il Global Compact «usa la lente di genere, nel mondo della detenzione del potere, perché ha nei propri 10 principi fondanti la non-discriminazione. Per noi stanno a pieno titolo negli human rights».

I numeri del ritardo italiano

Il ritardo italiano però c’è ed è certificato invece dal Gender gap report che analizza reddito, salute, istruzione ed empowerment politico delle donne.

«Sono 148 economie prese in esame e il 68% dei Paesi sta andando in una direzione positiva, per colmare il gap, ma anche i più bravi, vala a dire l’Islanda, hanno ancora il 10% di ritardo».  

L’Italia è 85esima, (35esima se prendiamo l’Europa allargata a Svizzera e Gran Bretagna e agli altri Paesi), ma scendiamo al 117mo posto per la partecipazione economica.

Anche spostandosi sul Gender Equality Index, cioè quello che l’Istituto europeo di genere compone rispetto, stavolta, ai 27 Paesi della Comunità europea, le cose non migliorano di molto: «È un indicatore sintetico», spiega Berancchi, «e vengono prese in esame anche le altre dimensioni come la violenza, che non è solo violenza domestica ma anche purtroppo sul luogo di lavoro, il tempo libero (le donne ne hanno circa un terzo rispetto degli uomini, perché fanno le caregiver non solo dei bambini, ma anche degli anziani) e il reddito».

Il Dito di Cattelan in Piazza Affari a Milano

La child penality

L’Italia è sotto la media, assestata a 63,4: «Noi siamo 61,9», sottolinea la direttrice esecutiva. Soprattutto, ricorda impietosamente Bernacchi, «siamo è l’ultimo Paese su 27 per quanto riguarda il lavoro e l’occupazione: nella fascia di età 18-65 anni, abbiamo solo un 53% di donne occupate e se integriamo i dati anche con il rendiconto di genere stilato dall’Inps, vediamo cose ancora più “antipatiche”: il tasso di occupazione  femminile è di 20 punti percentuali inferiore a quello degli uomini». Tra l’altro, noi siamo solo al 67% nell’età considerata core, cioè dei 35-49 anni. «Il tasso di mancata partecipazione poi, ossia le donne cosiddette inattive o disoccupate, è comunque superiore a quello degli uomini», aggiunge Bernacchi.

Il problema è che anche i dati di altri osservatòri convergono: «Ricerche di Save the Children», spiega, «ci dicono che c’è, nel nostro Paese, una forte child penalty: una donna su cinque perde il lavoro a fronte della maternità», prosegue, «e più la maternità è multipla, più c’è l’abbandono del lavoro». Un mix che non dipende chiaramente solamente dalle imprese «ma anche dall’assenza o debolezza dei servizi di welfare». Persin sui Neet, «le ragazze risultano più penalizzate rispetto ai ragazzi».

L’altra metà del cielo nelle aziende

Bernacchi sciorina cifre anche peggiori se si va a indagare l’altra metà del cielo nei quadri dirigenti. «Il dato preoccupante è che le donne in posizioni dirigenziali apicali sono il 21,8% contro il 78,2% degli uomini: quindi il triplo dei maschi raggiunge posizioni di vertice», sottolinea.  

Le posizioni di dirigenti apicali, in Italia sono appannaggio delle donne solo in 21 casi su 100. Eppure il tasso di laurea è più alto fra le ragazze.

Daniela Bernacchi, executive director Un Global Compact Italia

Eppure, rammenta la direttrice, «la situazione di partenza è curiosa: se guardiamo il tasso di giovani laureati, le donne sono superiori agli uomini. Nel percorso», osserva, «si inverte la piramide e non penso che sia un tema di quoziente di intelligenza o conoscenze rispetto alla tematica». Per i quadri è meno peggio ma comunque brutto «perché è la metà: 33% contro il 66, e qui il divario salariale – direbbero gli anglosassoni  – è the cherry on the cake perché qua c’è un 25% medio di gap salariale a parità di seniority», scandisce, «a parità di esperienza, a parità di competenze. Questo è il mercato del lavoro oggi». Speranze? «Confidiamo che con la nuova normativa europea – si riferisce alla Direttiva (Ue) 2023/970, che entrerà in vigore da giugno 2026 che richiederà la trasparenza retributiva nel nostro Paese».

Non fa sconti neppure al mondo finanziario, Bernacchi, nel cui tempio si trova a parlare:  «Il gap cresce – e mi dispiace – anche nel settore finanziario e nei i settori scientifici, dove raggiunge percentuali sopra il 30%».

Questi sono numeri, lo ripete anche Bernacchi, «non sono posizioni ideologiche».

Daniela Bernacchi illustra i dati del Gender Equality Index

La pars costruens

C’è anche, naturalmente, la pars costruens: quella di chi fa e lo racconta, rispondendo alla Communication on Progress (CoP) 2025, la rendicontazione annuale obbligatoria attraverso cui le imprese aderenti all’Un Global Compact comunicano i progressi compiuti in ambito di sostenibilità.

«Dai dati», segnala Bernacchi, «emerge che il 25% delle grandi aziende e il 35% delle Piccole e medie imprese – Pmi registra una presenza femminile in posizioni di leadership, rispetto a una media europea del 28% e del 31%. Sul piano delle policy, il tessuto imprenditoriale italiano mostra un approccio strutturato e diffuso: il 96% delle grandi imprese e il 75% delle Pmi ha adottato politiche sui diritti delle donne e sulla parità di genere (91% e 76% a livello europeo)».

«La parità di genere non rappresenta soltanto una questione di equità sociale, ma costituisce un fattore determinante per la solidità, la competitività e la creazione di valore nel lungo periodo», ricorda il presidente Bettini, che sottolinea anche che «per rendere questo cambiamento realmente strutturale è necessario investire nella formazione interna e promuovere una cultura organizzativa orientata all’inclusione e alla valorizzazione della diversity. Troppo spesso donne preparate e competenti non hanno accesso a percorsi di crescita professionale. È quindi fondamentale abbattere le barriere culturali che ostacolano pari opportunità di accesso, formazione e carriera. Solo attraverso un rafforzamento sistematico delle competenze e la promozione di una cultura interna inclusiva possiamo compiere progressi concreti e misurabili».

La cerimonia della campana, stamane alla Borsa di Milano

Quindi suoniamo sì la campana – idealmente lo fanno con la Orlandini anche il ceo di Borsa Italiana, Fabrizio Testa, la head of Hr Italy di Euronext, Marina Forquet Famiglietti, e il chief financial officer di Edison, Ronan Lory – sapendo  però che c’è poco da festeggiare, se non la consapevolezza che, appunto, il tempo di agire è adesso.

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