Milano, arrestati cinque agenti della polizia locale infedeli. Si indaga sugli affari loschi della «squadretta»
Gli agenti avrebbero sottratto 1.400 euro a un loro arrestato per droga il 16 luglio e falsificato i verbali. Ma si indaga su anche su altri casi
A scoperchiare gli «affari sporchi» della «squadretta» di agenti infedeli della polizia locale di Milano è stata la regola (investigativa) aurea del follow the money. Perché quel pusher finito venti giorni fa davanti al giudice, lamentava, di fatto auto-accusandosi, la «magica» scomparsa di 1.450 euro, incassati poco prima dell’arresto da una (finta) cliente, a fronte della vendita di mezzo chilo di hashish, droga invece poi altrettanto «magicamente» ricomparsa sulla sua auto. Una versione, la sua, che stonava con i verbali prodotti da chi gli aveva messo le manette ai polsi. Il suo arresto era stato convalidato. Nel frattempo, però, su indicazioni del pm Giovanni Tarzia, sono iniziate le indagini sprint degli stessi colleghi vigili, che insieme al lavoro difensivo del legale del 29enne marocchino, hanno portato ieri all’arresto della commissaria Ilenja Sabato, 43 anni, e dei suoi agenti: Denni Dileo, 27 anni, Mattia Rignanese, 28, Rosario Piscopo, 35, e il 54enne Vincenzo Compagnone. Sono accusati di arresto illegale, peculato e falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale.
L’episodio risale al 16 luglio. L’attività della squadra operativa era nata — scrivono gli stessi indagati — da una segnalazione «ritenuta attendibile» di una «fonte confidenziale» che indicava il 29enne come «dedito all’attività di spaccio», tra Milano e la confinante Corsico. Quel verbale (e non sarebbe l’unico, ci sono in corso verifiche) era stato confezionato ad arte per imbellettare quello che è stato a tutti gli effetti un arresto illegale.
Falso il luogo dell’arresto, avvenuto fuori «giurisdizione»: il pusher è stato preso in un parcheggio di viale Liberazione a Corsico, e non a un distributore di via Ludovico il Moro, a Milano, dove pochi minuti dopo il gruppo organizzerà una messinscena per i colleghi. Inventato poi il tentativo di fuga, così come l’aggressione agli agenti, come dimostreranno le immagini delle telecamere. Che documentano come il pusher non fosse stato bloccato perché, una volta «accortosi della presenza degli operanti (…), improvvisamente si dava alla fuga». I frame mostrano invece come venga avvicinato da un agente in borghese, che «mi ha chiesto se avessi un accendino», e subito dopo «mi ha ammanettato», parole sue.
L’arresto, in realtà, era stato preceduto dalla vendita di mezzo chilo di hashish «organizzata dagli indagati nei minimi dettagli al solo fine di trarre in arresto un soggetto che loro sapevano avere precedenti» specifici, scrive il gip Elio Sparacino. Una cessione a un’acquirente anche lei farlocca, e ora indagata, con cui un po’ tutta la «squadretta» dai modi (parecchio) spicci ha dimostrato d’avere parecchia confidenza. Una sorta di «agente provocatore». Se non fosse che non è nemmeno un’agente. La donna che ha fissato l’appuntamento (a cui si è presentata con un’auto «civetta»), che ha pagato e che poi è andata via indisturbata, è la sorella di un presunto pusher, perquisito un paio di mesi prima.
Per il giudice, i cinque «infedeli servitori dello Stato», che saranno sentiti oggi a San Vittore, hanno agito «facendo spregio delle più basilari regole di deontologia e correttezza professionale». Il comandante della Locale, Gianluca Mirabelli, interviene in difesa dei tremila agenti la cui «onorabilità», dice, non può essere «compromessa» dagli arrestati. E sottolinea: «Dalla segnalazione, sono bastati 15 giorni per ricostruire, con la guida dell’autorità giudiziaria, una vicenda indubbiamente dolorosa, ma che dimostra quanto il Corpo sappia reagire e sia refrattario a condotte per le quali non esistono giustificazioni».
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6 agosto 2026 ( modifica il 6 agosto 2026 | 23:58)
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