Garlasco, il caso dei reperti distrutti dal Ris. Il comandante dei carabinieri Luongo: «Se qualcuno ha sbagliato pagherà»
Le provette eliminate sei anni prima dell’ok dei giudici. L’ordine partito dal tenente colonnello Marino che esaminò la bici di Stasi
Le provette con il dna degli esami del caso Garlasco conservate al Ris di Parma vennero distrutte sei anni prima del via libera ufficiale della Corte d’assise d’appello di Milano. E a ordinare quella distruzione fu nel settembre 2016 il tenente colonnello Alberto Marino, colui che nel 2007 si occupò delle indagini genetiche sul delitto di Chiara Poggi comprese quelle — oggi al centro di un’inchiesta bis della procura di Pavia — sui pedali della bici di Stasi.
Una circostanza emersa solo adesso dalle nuove carte depositate dai pm diretti da Fabio Napoleone che hanno acquisito il fascicolo interno al Ris di Parma dove hanno trovato una nota del colonnello Matteo Donghi. Agli atti è infatti presente una «relazione di servizio», firmata da Donghi il 3 novembre scorso, nella quale si fa esplicito riferimento alla distruzione dei reperti ordinata da Marino.
La «relazione» è stata scritta da Donghi dopo aver risposto alla richiesta dell’aggiunto Stefano Civardi, che chiedeva conto dei reperti (o di eventuali «verbali di distruzione»), citati in una memoria del 28 agosto 2025 della difesa di Stasi, che non erano stati ritrovati.
Si tratta di una serie di campioni dei quali nel 2021 il giudice dell’esecuzione aveva dato notizia alle parti della imminente distruzione, dato che la condanna di Stasi era ormai passata in giudicato. L’avvocata dell’ex fidanzato, Giada Bocellari, si era allora rivolta alla Corte d’assise d’appello di Milano per opporsi e per chiedere la restituzione di alcuni oggetti sequestrati a Stasi (come le famose biciclette «Umberto Dei da uomo, la bici grigia marca Girardengo e quella nera da donna Holland»). Oggetti che venivano poi restituiti alla difesa, mentre per il resto «nulla invece può essere disposto in relazione ad ulteriori eventuali corpi di reato ancora esistenti».
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Dalla prima chiusura indagini di maggio era emerso che la procura aveva dato conto che la «fialetta originariamente contenente il “grattato”» dell’intonaco dell’impronta 33 (che gli inquirenti attribuiscono ad Andrea Sempio) «non è stata rinvenuta il 17 giugno 2025 nei reperti provenienti dal Ris di Parma» e che il 9 giugno 2025 proprio Marino dei Ris aveva confermato ai pm che «l’intonaco grattato risulta allo stato interamente utilizzato». Tuttavia, in un verbale dei Ris del 4 settembre 2007 — giorno d’inizio delle analisi genetiche — Marino aveva scritto che, d’intesa con i consulenti delle parti, «comunque verranno conservati tutti gli eluiti della tracce (dna estratto) e messi successivamente a disposizione dell’autorità giudiziaria al termine di tutte le analisi».
Il colonnello Donghi nella sua «relazione» spiega di aver «effettuato ricerche e approfondimenti al fine di stabilire la data in cui furono collettivamente smaltiti gli estratti del dna» del Ris: «A esplicita richiesta di questo comandante, il 14 ottobre 2025, il luogotenente Massimiliano Stabile riferiva che l’ordine di alienare gli eluiti fu emesso dal tenente colonnello Marino poco dopo l’assunzione del comando della Sezione biologia, avvenuta nel maggio 2016». Versione confermata anche dal tenente colonnello Nicola Staiti, che ha confermato a Donghi «uno smaltimento collettivo degli eluiti sotto il comando di Marino». Staiti ha consegnato anche immagini dove «si notano le operazioni propedeutiche allo spegnimento del freezer da parte di personale tecnico il giorno 15 settembre 2016» e «le provette contenenti gli eluiti all’interno dei sacchi per lo smaltimento dei rifiuti speciali». Ora i pm pavesi vogliono capire come mai (e se fu una sua decisione autonoma) Marino ne ordinò la distruzione.
Per il comandante generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, «se la magistratura accerterà irregolarità o responsabilità individuali nel passato, la risposta dell’Arma sarà di totale collaborazione, di massima trasparenza e anche assoluta fermezza», ha detto al Tg1. «Eventuali errori o condotte illecite dei singoli non devono intaccare l’onorabilità di migliaia di carabinieri, né tantomeno il valore del Ris, ma chi ha sbagliato ne risponderà in ogni sede».
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5 ottobre 2026 ( modifica il 6 ottobre 2026 | 14:15)
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